15 anni dall’11 settembre. Come è cambiata la scienza?

FULLSCREEN sfoglia la gallery Immagine dell’incendio delle Twin Towers dalla riva opposta del fiume Hudson (Ph. Arquelio Galarza) Un dettaglio delle Twin Towers in fiamme (Ph. Bill Black) Lo squarcio aperto dall’impatto di uno degli aerei (Ph. Brian C. Manning)“Non ricordo con precisione se ero nella metropolitana oppure nel mezzanino, quasi sicuramente ero sotto la Torre Nord, quando ho sentito un impatto spaventoso e delle vibrazioni fortissime. Vedevo le persone che correvano da tutte le parti, pensavo fosse esplosa una bomba, ma in realtà non sapevo cosa stesse realmente accadendo”. Era l’11 settembre 2001 e Joseph Boscarino arrivava dal New Jersey per andare al lavoro. Ma quel giorno non si è recato alla School of Medicine del Mount Sinai Center di New York, bensì è uscito dalla metropolitana per vedere cosa stesse accadendo.
La Torre Nord era stata colpita da uno dei due aerei di linea. “Vedevo le persone che dalle Twin Towers iniziavano a lanciarsi nel vuoto”: un’ultima, tragica, via di scampo. “C’era una sorta di attacco di panico collettivo, la città era blindata e non si poteva andare da nessuna parte. Io riuscii a raggiungere la banchina e a prendere un traghetto, con il quale sono tornato a casa, ma dopo due giorni ero di nuovo alle Torri gemelle a parlare con i superstiti”. Boscarino ha iniziato proprio qui il suo lavoro di ricerca, come medico psichiatra, per capire gli effetti dell’11 settembre sui sopravvissuti. Le tecniche convenzionali utilizzate fino ad allora per misurare gli effetti dei traumi a seguito di catastrofi, sembravano non essere più in grado di descrivere la nuova realtà dell’attacco alle Torri gemelle.
“La metodologia che abbiamo messo a punto dopo l’11 settembre 2001, denominata Rapid Survey Assessment by Professional Interviewers Using Standardized Assessment Instruments among a Random Sample of Victims, è tuttora il metodo standard per valutare l’impatto di un disastro, per esempio è stata utilizzata anche durante l’uragano Sandy”. Le tecniche di psicoterapia tradizionali non sembravano dare gli effetti sperati sulle vittime: “Le storie che ascoltavo erano orribili, devastanti. Nonostante questo sia il mio lavoro, era difficile per me non rimanere coinvolto. I primi due mesi dopo il disastro ho accusato il colpo, ma poi sono riuscito a gestire al meglio la mia situazione”.
La ricerca di Boscarino ha rilevato come le persone che decisero di farsi aiutare nei giorni, o settimane, immediatamente successive al disastro siano riuscite a ristabilirsi molto meglio rispetto a chi non ha chiesto aiuto al personale preparato che lavorava a Ground Zero. Prima di questo evento, ognuno aveva un proprio vissuto e una propria vita e il ruolo della terapia era riportare i superstiti a una condizione di normalità. “Ma questo è molto difficile”, racconta, “perché ogni giorno queste persone devo tornare nella città e nei luoghi dove hanno vissuto 15 anni fa quel tragico evento. Idealmente, la soluzione migliore sarebbe non tornassero più a New York, ma qui vengono per lavorare”.
Per questo, a distanza di più di dieci anni, il disturbo post traumatico da stress (Ptsd) persiste in molte persone, soprattutto in quelle che hanno lavorato più a lungo durante i soccorsi. Spesso, il problema è il senso di colpa: “io sono riuscito a scappare, a salvarmi, mentre altre persone, che magari erano vicino a me non ci sono riuscite: depressione, pensieri suicidi, abuso di alcool, sono tutti comportamenti legati al disturbo postraumatico da stress e tutte le persone con Ptsd sono diverse nelle loro reazioni”. La novità della ricerca di Boscarino è l’utilizzo della genetica: secondo gli studi del suo gruppo, la presenza di determinati geni è in grado di stabilire la maggiore o minore probabilità di insorgenza di Ptsd.
Sempre a Ground Zero si trovava invece il 12 settembre Robin Murphy, inventrice dei primi mini-robot da utilizzare per le operazioni di salvataggio dopo terremoti, uragani e dove l’uomo non può raggiungere i superstiti. “La mia prima impressione era di trovarmi davanti a una scena del film Terminator“, ci racconta Murphy. “La notte in cui siamo arrivati il cielo era pieno di fumo e le enormi luci che avevano installato i soccorritori colorava di viola l’atmosfera da cui eravamo circondati. Se un hovercraft fosse apparso davanti a noi e si fosse messo a sparare credo non sarei rimasta sorpresa”. Murphy è direttrice del Center for Robot-Assisted Search and Rescue (Crasar).  L’11 settembre 2001 è stato il primo caso in cui sono stati utilizzati dei robot nelle fasi di recupero post-disastro. “I robot sono stati utilizzati anche negli incidenti alle centrali nucleari di Chernobyl nella ex Unione Sovietica e di Three Mile Island negli Stati Uniti, ma molto tempo dopo il fatto”, afferma Murphy.
Dopo l’11 settembre 2001 anche la robotica si è evoluta con l’obiettivo di creare dei robot polimorfici, piccoli e agili, quasi dei robot-serpente. “L’11 settembre  – continua Murphy – ha inoltre aiutato a capire meglio l’interazione tra uomo e robot, in particolare ha mostrato come una tecnologia che sembra funzionare in laboratorio non sia poi così facile da utilizzare sul campo. I robot possono aiutare i soccorritori, aprire vie di comunicazione per raggiungere i superstiti sotto le macerie ma, in queste situazioni, non possono sostituirsi all’uomo”.
Word Trade Center Experiment #6 condotto dal NIST, incaricato di investigare sul crollo del World Trade Center. La foto mostra una frazione di parete, ricostruita, completamente avvolta dalle fiamme e, a sinistra, il crollo di due finestre a causa del calore. (Ph. NIST)
Sul piano dell’ingegneria delle costruzioni, il crollo delle Twin Towers ha sollevato moltissimi interrogativi su come due strutture in acciaio così imponenti siano potute crollare. Venne istituita dal National Institute of Standards and Technology (Nist) un’apposita commissione per ricostruire i motivi del crollo oltre che negli errori nel prestare soccorso.“Quando l’acciaio raggiunge una certa temperatura diventa molle, si affloscia, tanto che tutti gli edifici costruiti in acciaio vengono rivestiti di patine e vernici speciali capaci di preservare questo metallo dalle alte temperature per un massimo di due ore”, ci spiega Tomaso Trombetti, docente di Tecniche delle costruzioni all’università di Bologna. La finalità è dare tempo ai soccorsi di attivarsi e alle persone di uscire dall’edificio. Ma se dopo due ore ci sono ancora fiamme, il grattacielo è destinato a crollare. Così come è avvenuto l’11 settembre 2001.
FULLSCREEN sfoglia la gallery Leslie Robertso, l’ingegnere che ha progettato le Twin Towers, al 5° Congresso Internazionale di Ingegneria Strutturale, Singapore, 2015 (Ph. Tomaso Trombetti) Immagine dei resti dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York. Il crollo è stato oggetto di ampi studi, presentati nel 2015 al 5° Congresso Internazionale di Ingegneria Stutturale, svoltosi a Singapore nel 2015 (Ph. Tomaso Trombetti) Il particolare mostra la parete delle Twin Towers, una “griglia” in acciaio che, a causa del calore e della spinta del peso del solaio, si è allargata verso l’esterno. 5° Congresso Internazionale di Ingegneria Strutturale, Singapore, 2015 (Ph. Tomaso Trombetti) Un’immagine suggestiva che mostra in controluce la struttura delle Twin Towers. 5° Congresso Internazionale di Ingegneria Strutturale, Singapore, 2015 (Ph. Tomaso Trombetti)Se pensiamo poi che l’impatto di un oggetto che cade dà una forza che come minimo è pari al doppio del suo peso – l’entità dell’amplificazione dipende dall’altezza di caduta – vi erano poche speranze che l’edificio non crollasse una volta che una porzione si fosse schiantata su quella sottostante. “Nel caso specifico”, continua Trombetti, “il fatto che la struttura fosse costituita da una serie di solai che si appoggiavano ai vani ascensore/scale interni e al solo tubo esterno, ha fatto sì che il riscaldamento dei solai e il conseguente allungamento degli stessi, provocasse l’inclinazione del tubo esterno, spinto dal peso dei solai”. In questo modo, nel collasso le porzioni più alte delle torri si sono infilate in quelle sottostanti.
Se guardiamo l’evoluzione dei grattacieli dagli anni ’60 a oggi, secondo Trombetti“veramente poche novità si sono affacciate sulla scena: guardando il tutto in dimensione prospettica, viene da dire che la creazione di nuove tipologie, vere e proprie nuove specie di grattacieli si sia in qualche modo arrestata. Vediamo più un’ibridazione dei sistemi già noti. Nel mondo dell’ingegneria si assiste al sonno del pensiero, dell’intelligenza, tutti persi in regole e simulazioni al computer”. Ma è ancora difficile superare l’intelligenza umana.
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