50 anni di Star Trek e di fandom fra politica e religione

Tre stagioni della serie originale, quattro serie figlie (e un’altra in arrivo nel 2017), 13 film, miliardi di dollari di merchandising ma soprattutto milioni e milioni di affezionati: è questa l’eredità di Star Trek, telefilm culto che l’8 settembre ha festeggiato i 50 anni dalla prima messa in onda (1966) e che ancora sorprende per longevità e fedeltà dei fan.

Proprio la comunità che si è creata attorno a questa rivoluzionaria serie sci-fi è uno degli aspetti più interessanti di tutto questo fenomeno: il saggio Il culto di Star Trek (Franco Angeli editore), scritto dall’etnografo del web Robert V. Kozinets, approfondisce in chiave antropoligica proprio il modo in cui questi fan sono stati i primi a passare dall’essere semplici spettatori tradizionali a divenire membri profondamente devoti di una sub-cultura alternativa, aggregatasi seguendo ben definite esigenze di tipo sociale, politico e anche religioso.
Lanciata durante l’apice della Guerra Fredda e della Corsa allo Spazio, Star Trek è ambientata trecento anni nel futuro, in un’utopia sociale e tecnologica post-capitalista. Il suo creatore, Gene Roddenberry, descrive un mondo in cui l’uomo, riuscito a sopravvivere così a lungo, “avrebbe imparato a deliziarsi delle essenziali differenze tra gli uomini e tra le culture“. L’universo di Star Trek è dunque, secondo Kozinets, “un rifugio utopico per l’alienato e lo schiavizzato“: gli outsider del presente si possono riconoscere in questo modello perfezionato (dove non esistono povertà, razzismo, anormalità e ingiustizie) e vedere riscattate le proprie idiosincrasie.
Non è un caso che il personaggio di culto primario sia sempre stato Mr. Spock, “capace di attrarre coloro che sono stati emarginati da chi, forse, ha uno status sociale superiore, abilità relazionali o aspetto fisico migliori, ma che è anche meno intelligente“. Nasce di conseguenza la figura del “trekkie“, il nerd un po’ sfigato e bizzarro, spesso associato a fanatismo e immaturità, capace però di grande passione, inventiva e fantasia. A questa definizione peggiorativa, però, i fan veri e propri preferiscono quella di trekker, ovvero un tipo di appassionato che è più consapevole e distaccato, colui cioè che “indossa l’uniforme solo quando è opportuno”.

Un tempo, in ogni caso, essere un fan di Star Trek poteva essere cosa da tenere nascosta, da vivere solo all’interno di una comunità ben delimitata e codificata. Nei decenni queste figure sono state progressivamente sdoganate (assieme a quelle più in generale del “geek” e del “nerd”, grazie anche a successi come quello di The Big Bang Theory). Alle considerazioni più negative si sono affiancate valorizzazioni di tipo più aperto e condiviso, identificando questa fandom come una serie di persone curiose, sperimentatrici, aperte alla diversità e, soprattutto, capaci di fedeltà e approfondimento delle loro passioni.
Alle connotazione più politiche, si sono affiancate nel tempo anche letture di tipo religioso: “Il senso del sacro nella cultura del consumo di Star Trek è spiegato da termini come ‘devozione’ ed è evidenziato dai fan che non sono coinvolti nel fandom come attività istituzionalizzata“, spiega Kozinets. La risonanza mistica della serie diventa per i fan una specie di imperativo morale per costruire progressivamente, nella società di oggi, il modello positivo e ideale incarnato nel mondo dell’Enterprise.
È ovvio che la fandom di Star Trek non si sarebbe potuta sviluppare se non nel contesto di un consumismo mediatico e industriale, alimentato dai creatori della serie con un sapiente uso del marketing e del merchandising. Eppure la connotazione di una “sub-cultura”, che si nutre della sua stessa posizione di alterità e di emarginazione, è uno dei fenomeni più interessanti dal punto di vista socioculturare da quando esiste la televisione di massa. Essere un trekkie o un trekker significa appartenere a una specie di religione civile, con i suoi innocenti dogmi e con la sua volontà di cambiare, in meglio, il mondo.
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