Arrival è il film di fantascienza che speravamo fosse

Era forse il film più atteso del Festival del cinema di Venezia e non ha tradito le aspettative. Nonostante alla mostra lagunare si vedrà Jackie (in cui Natalie Portman fa Jackie Kennedy), nonostante sia già passato con grande successo un altro film che aveva le aspettative oltre le stelle (La La Land), era Arrival la pellicola che tutti attendevano spasmodicamente: troppa curiosità di sapere se Denis Villeneuve, autore di Sicario, sia il maestro che pensiamo anche nei generi più commerciali; troppa voglia di capire anche solo qualcosina del suo approccio alla fantascienza, visto che sta realizzando Blade Runner 2; e infine troppa curiosità messa dal trailer e dai manifesti.
Gli alieni sono sulla terra, sono comparse 12 astronavi nere come la notte che non rilasciano impronte di nessun tipo (radiazioni, gas, rifiuti, peso…), in 12 punti della Terra, gli stati che le ospitano si stanno mobilitando per capire cosa siano venuti a fare. Si può entrare dentro solo per un periodo limitato ogni tot ore, poi tutti i più grandi scienziati del mondo si confrontano in videoconferenza, almeno fino a che gli stati rimangono daccordo nel non intervenire. Perché, come ci insegna la storia del cinema, gli alieni significano invasione.
Il film segue una linguista, rintracciata dalla Cia e messa al lavoro nella primissima fase del contatto. Dobbiamo comunicare con loro e la loro lingua è un miscuglio di suoni informi, non sappiamo niente di niente e lei deve trovare un modo di impararla o fargli imparare la nostra.
Siamo nel pieno di un mutamento profondo della fantascienza al cinema. Da che era un genere avventuroso oppure filosofico, negli ultimi anni sta diventando qualcos’altro, gli eroi non sono più avventurieri ma scienziati (e non scienziati/avventurieri) in film che si appassionano e fanno appassionare all’esplorazione e alla comprensione dell’ignoto. Che da queste premesse apparentemente noiose siano nate opere come The Martian o Interstellar (e per certi versi Gravity) sembra un miracolo. Arrival è assolutamente in questa scia, non disdegna di giocare nel medesimo campo di Interstellar (ci sono anche dei legami familiari di mezzo) ma grazie al cielo ha regole tutte sue.
Proprio per questo motivo, per la sua natura di fantascienza d’esplorazione, non dice niente su cosa Villeneuve possa fare con Blade Runner 2. Sembra evidente che quello sarà un film dalle premesse, dalla trama e dalle necessità completamente diverse da questo.
Arrival è un film sulla difficoltà nel comprendere gli altri e quanto paura ci metta ciò che non capiamo. Uno in cui l’arma dell’eroe non è il suo ardore ma la sua testa, la maniera in cui è meno spaventato degli altri perché possiede più conoscenza degli altri. In concorso alla Mostra di Venezia un film così raramente lo si era visto, nondimeno ha suscitato applausi e lodi quasi unanimi. Considerato anche il passato di Villeneuve (prima di sbarcare ad Hollywood faceva film d’autore puri) non si fa fatica a sostenere che questo è il nuovo cinema d’autore, un misto di genere e approccio intellettuale.
Di certo la buona notizia è che questo regista non è un improvvisato del genere, nonostante questo sia il suo primo film di fantascienza, sa benissimo che cosa il pubblico aspetta (come sono gli alieni? Cosa vogliono?) e che film ha visto. Rivela le informazioni della storia con una calma accoppiata alla tensione che è un piacere e costituisce l’essenza stessa di ciò che ci tiene attaccati a questa straordinaria pellicola. In un momento di grandissima suspense usa anche gli stessi espedienti che rendono memorabile la scena dei condotti di areazione di Alien, ovvero il suono ambientale, un rumore acuto (lì il beep del localizzatore, qui un canarino) e il senso di morte incombente dato dalla sensazione che “l’altro” sia ovunque intorno a noi e possa in ogni momento fare qualcosa.

In più però questo film ha una virtù tutta sua, una capacità di commuovere con l’approccio scientifico rigoroso (come si impara una lingua da zero senza avere un terreno comune di comunicazione?), unito ad un’estasi poetica non indifferente. Se si è un po’ appassionati del genere, se si ha una certa fascinazione per la conoscenza, è difficile che non vengano gli occhi lucidi nella bellissima scena in cui Amy Adams (sempre più una delle migliori attrici di oggi), ha l’idea di non passare per linguaggio orale ma di optare per la scrittura e la prima cosa che scrive sulla lavagnetta, il primo messaggio in assoluto, è “UMANA” riferito a sè, e lo fa con uno sguardo carico di eccitazione e paura palpabili. La definizione stessa del mestiere dell’attore, convogliare in un’espressione (e a comando) quello che ci vorrebbe un libro intero a spiegare a parole.
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