Brevetti, ecco dove investono i governi per diventare campioni di ricerca

L’ultimo esempio positivo arriva dall’Italia. Nello specifico dall’università Bicocca di Milano. Che ha ricevuto un milione di euro per la cessione di un brevetto a Glass to power, spinoff dell’ateneo. Con l’obiettivo di andare sul mercato nel 2019, l’azienda produce lastre di plexiglass che contengono nanocristalli. E che, in buona sostanza, trasformano una finestra in un pannello solare. Bene, ma cosa serve per arrivare a questo punto?
Quali sono, in altre parole, le condizioni che favoriscono lo sviluppo di tecnologie che possono diventare brevetti? E, di conseguenza, hanno riflessi positivi sull’innovazione in generale ma anche a livello economico? Per provare a capirlo, Wired ha incrociato alcuni dati. Intanto i brevetti. O, per essere precisi, le domande di brevetto. La fonte dei dati è la Banca mondiale. Sono inoltre stati normalizzati come domande ogni 100mila abitanti. Dopodiché, questi dati sono stati incrociati con altri, sempre riferiti al medesimo anno: la spesa in ricerca e sviluppo come percentuale del Pil, il numero di ricercatori ogni milione di abitanti, la percentuale di laureati nelle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e medicina) e in Ict (informazione e comunicazione) sul totale. In quest’ultimo caso, i dati arrivano dall’Ocse.
Per quanto riguarda l’Italia, nel 2016 le richieste di brevetto sono state 8.848. Ovvero, per normalizzare il dato, 14,6 ogni 100mila abitanti. Questo a fronte di una spesa in ricerca e sviluppo pari all’1,33% del Pil. Ma come sono andate le cose nel resto del mondo? Per capirlo vale la pena di fare un passo indietro nel tempo, usando cioè i dati del 2015 (che consente di coprire un maggior numero di nazioni) e aumentando il numero dei paesi. Cominciando dall’investimento in ricerca e sviluppo, il risultato è questo:

Come si può vedere, il filtro in basso a destra permette di visualizzare i dati per singolo continente. Ma non sempre un alto investimento in ricerca e sviluppo si traduce in un’elevata richiesta di brevetti. Paradigmatico è il caso di Israele. A fronte di una spesa in questo settore pari al 4,27% del pil, ha visto presentare dai residenti nel Paese 15,3 richieste di brevetto ogni 100mila abitanti. Il Regno Unito, che ha speso appena l’1,7%, ne ha depositate 22,8.
Del resto, l’investimento in ricerca e sviluppo va a finanziare anche la ricerca di base. Quella, per semplificare, destinata in prima battuta ad aumentare la conoscenza umana, prima ancora di essere finalizzata a una applicazione pratica. Serve allora avere tanti ricercatori al lavoro per vedere crescere il numero di richieste di brevetto?

In questo caso sembra esserci una correlazione più chiara. Fa però eccezione il dato cinese: con poco meno di 1.200 ricercatori per milione di abitanti, nel 2015 la Cina ha visto depositare oltre 70 richieste di brevetto ogni 100mila residenti. Praticamente il triplo della Danimarca, Paese con il più alto tasso di ricercatori. È vero, in numeri assoluti gli scienziati cinesi sono di più di quelli danesi. Ma evidentemente sono anche più orientati alla ricerca applicata rispetto ai colleghi di Copenhagen.
Infine c’è la percentuale di laureati in materie Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria matematica. E nell’information and communication technology. Coloro cioè che verosimilmente, una volta sul mercato del lavoro, saranno nelle condizioni di sviluppare tecnologie utili da brevettare. Wired ha calcolato la percentuale di laureati in queste materie sul totale di coloro che hanno discusso la tesi sempre nel 2015. E il risultato è questo:

In questo caso, non sembra esserci una grande correlazione. Per dire: i laureati stem e ict negli Usa sono stati il 17% del totale, in Germania si è andati sopra il 35%. Ovvero, il doppio. Ma le domande di brevetto americane sono state quasi 90, sempre ogni 100mila abitanti, quelle tedesche 37. Ovvero, meno della metà. È insomma possibile che sia necessario attirare i laureati più brillanti anche dall’estero, oltre a formarne in casa propria.
In tutto questo c’è una costante: la Corea del Sud. Qui sembra esserci una proporzionalità quasi diretta tra il numero di richieste di brevetto e i tre indicatori presi in considerazione. Un equilibrio che porta questo Paese ad avere il record di domande di brevetto rispetto ai residenti: 327 ogni 100mila abitanti. Che avesse insomma ragione il buon vecchio Aristotele predicando la virtù del giusto mezzo?
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