Come si vive oggi nella Colombia di Narcos

“Immagina di essere nato in una famiglia povera, in una città povera di un Paese povero. E di avere, dall’età di 28 anni, abbastanza denaro da non essere più in grado di contarlo. Che cosa faresti? Realizzeresti i tuoi sogni”. Così, durante una celebre scena della prima stagione di Narcos, l’agente della Drug Enforcement Administration Steve Murphy legge la parabola di Pablo Escobar: il contesto in cui è cresciuto, la città da cui ha edificato il suo impero, sono tutt’altro che irrilevanti nella vita e nelle opere del protagonista delle serie tv la cui seconda stagione è appena stata pubblicata su Netflix.
“Quando Medellin appare davanti a te, lungo la strada che giunge dall’aeroporto, hai subito l’impressione di un luogo incantato” racconta Luciano Marchetti. Ha 29 anni, è pugliese e da sei mesi si è trasferito in Colombia, dove lavora come creativo pubblicitario per una startup americana .
“Subito balza all’occhio la capacità di questa città di adattarsi alle esigenze della natura: la Colombia è un grande parco e Medellin sorge nel mezzo di una foresta, con cui convive perfettamente”, continua Marchetti.
Vista di Medellin da San Javier – foto di Luciano Marchetti
Nel 1993, l’anno della morte di Pablo Escobar, la violenza era la quotidianità per le strade di questa metropoli del dipartimento di Antioquia, ogni giorno una guerra durata quasi vent’anni pretendeva nuove vittime. Nel 2013, venti anni dopo, Medellin è stata nominata Città più innovativa del mondo dall’Urban Land Institute, davanti a New York e Tel Aviv.
“In sei mesi qui ho visto più cambiamenti che in dieci anni a Milano, i ritmi sono frenetici”, dice Marchetti. “C’è tanto lavoro, anche se è difficile arricchirsi: il costo della vita è basso e altrettanto gli stipendi, fermi sui 200 euro al mese a testa per i locali. Intanto il turismo, anche grazie al cambio favorevole, raddoppia ogni anno e impazzano le serate salsa e reggaeton“.
“Se le favelas in periferia e alcuni quartieri del centro rimangono poco raccomandabili, altrove si esce tranquillamente. A Poblado, a Sud, pare di stare sui Navigli”, racconta: “Ho la sensazione che questo sviluppo sia legato all’ansia degli abitanti di ricostruirsi una reputazione gravemente compromessa dai fatti raccontati dalla serie Narcos”.
Notturna di Medellin dal Mirador – foto di Luciano Marchetti
“Dagli anni Novanta la Colombia è cambiata molto: il suo tasso di crescita è tra i più interessanti del Sud America”, afferma Alfredo Somoza, nato in Argentina e da sempre attento a ciò che si muove nel continente come presidente dell’Istituto cooperazione economica internazionale.
A mescolare le carte ci sono sempre stati gli Stati Uniti. “Bill Clinton lo ha riconosciuto qualche tempo fa durante una conferenza: quando Washington decise che il traffico di droga non doveva più passare da Miami, rese più permeabile la frontiera con il Messico“, racconta Somoza: ” I cartelli della droga locali fecero fortuna, mentre quelli di Medellin e Cali, destinato a avere un ruolo centrale nei nuovi episodi, diventavano marginali”.
“Si apriva una nuova epoca per la Colombia, che oggi festeggia la fine della guerriglia delle Farc dopo cinquanta anni. Dopo essere stato il paria della comunità internazionale durante il regno di Escobar, il Paese rischia ora di divenire la vera potenza della regione che si affaccia sul Pacifico”.
Un campo da calcio a San Javier, Medellin – foto di Luciano Marchetti
Ma oltre agli adesivi con la faccia di Pablo sui taxi, alla conta dei morti e a uno stigma difficile da rimuovere, cosa rimane degli anni di “plata o plomo”?
“La mia impressione è che a Medellin quel passato sia stato, non senza sforzi, archiviato. Il rimbalzo di quegli anni tremendi, dove diventavi poliziotto oppure criminale, però si avverte ancora. La cultura del Traqueto, una certa mentalità maschilista volta all’illegalità e alla ricerca del lusso sfrenato, non si è estinta” , risponde Marchetti.
“Ho avuto la fortuna di vedere alcune puntate di Narcos assieme a ragazzi colombiani” aggiunge,“ ed era bello vederli appassionarsi alla trama e sorridere, sdrammatizzare il male vissuto dalla loro terra. Qua la serie va forte, anche se tutti lamentano il fatto che sia una produzione americana e che la Colombia e il suo stile di vita appaiano poco a causa di una eccessiva spettacolarizzazione dei fatti storici. Da questo punto di vista viene preferita un’altra serie, Pablo Escobar – El Patron del Mal, tutta girata in Antioquia e realizzata da Paisa”.
Visione di Medellin – foto di Luciano Marchetti
Altra critica ricorrente riguarda Wagner Moura, l’attore che interpreta Escobar. Le sue performance sono fantastiche, ma lui è nato in Brasile e il suo accento è considerato poco credibile dai madrelingua.
“In America latina c’è una febbre da Narcos, un po’ come succede da noi con Gomorra” racconta Somoza. “Di recente ho viaggiato in Argentina e Uruguay e lì ho sentito utilizzare dai ragazzini alcune delle frasi celebri pronunciate da Moura”. Un atteggiamento che conosciamo bene.
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