Conviene rubare una collana di diamanti come in Ocean’s 8 per rivenderla?

Arriva nelle sale cinematografiche italiane Ocean’s Eight, l’attesa commedia statunitense scritta da Gary Ross e Olivia Milch che vede nel cast, tra le altre, Sandra Bullock, Cate Blanchett e Anne Hathaway. Perfettamente in linea con il copione tradizionale della serie Ocean’s, la trama si sviluppa intorno a un (tentato?) furto multimilionario, questa volta con una squadra di ladre tutta al femminile.
Obiettivo del colpo – di cui ovviamente non anticipiamo altri dettagli – è una prestigiosa collana di enormi diamanti, un gioiello di Cartier da quasi 3 chilogrammi indossato al Met Gala di New York dal personaggio interpretato da Anne Hathaway. Anche se nelle riprese cinematografiche viene utilizzata una semplice riproduzione, il gioiello oggetto del desiderio esiste davvero: si tratta della collana Jeanne Toussain, realizzata da Jacques Cartier in persona negli anni Trenta del secolo scorso. Qui, in inglese, trovate un esaustivo racconto della storia del gioiello, e di come è stata realizzata la copia per il set cinematografico.
Secondo le valutazioni degli esperti, sia nel film sia nel mondo reale, il valore del gioiello si aggira sui 150 milioni di dollari (circa 130 milioni di euro). Senza mettere in discussione questa cifra, la domanda è: una volta rubata la collana, un ipotetico ladro riuscirebbe davvero a ricavarne quella cifra, rivendendola a qualche interessato? In altri termini, esiste un mercato per questo tipo di refurtiva? E quanto valore verrebbe perso piazzandola sul mercato nero?
A pezzi o intera?“Come spesso capita nel mondo reale, una collana rubata potrebbe essere rivenduta a pezzi piuttosto che per intero”, ha spiegato a Wired Andrea Sangalli, presidente dell’Associazione orafa lombarda. “Ma un’altra ipotesi non trascurabile in casi del genere”, continua, “è che il furto venga eseguito su commissione, finanziato da un collezionista che desidera semplicemente tenere il gioiello per sé o per la propria collezione privata”. In questo caso il problema del trovare un compratore verrebbe ovviamente meno, e gli unici a ricavare dal furto un profitto in denaro sarebbero gli esecutori materiali del colpo.
La marchiatura
Nel caso si voglia piazzare la refurtiva sul mercato (nero), invece, un tema sollevato anche dal magazine Bloomberg è che i diamanti potrebbero essere segnati, ossia riportare una sorta di marchio che li rende riconoscibili o, in qualche modo, identificabili. “In generale è vero”, conferma Sangalli, “alcuni diamanti hanno impresso un codice sotto forma di incisione laser, che tipicamente è visibile utilizzando un microscopio ad alta risoluzione”. Ma, avverte, “occorre fare un paio di precisazioni: anzitutto, ciò che si trova inciso nella pietra preziosa è il codice del certificato gemmologico (ossia quello che ne attesta le caratteristiche qualitative, ndr), che riconduce al documento di autenticazione, ma non al proprietario della pietra. E poi”, continua, “nel mondo reale non tutti i diamanti hanno il certificato“.
In linea di principio, dunque, un gioiello multimilionario rubato potrebbe essere rivenduto? “Purtroppo sì”, conferma Sangalli, “smembrando una collana e rivendendola a pezzi sarebbe molto difficile ricostruirne la storia”. E con un’indagine non si riuscirebbe a risolvere proprio nulla? “Volendo essere ancora più sicuri (di farla franca, ndr), si potrebbero ulteriormente tagliare le singole pietre, che a quel punto diventerebbero a tutti gli effetti irriconoscibili. Una collana di diamanti smembrata e su cui sono stati fatti nuovi tagli è del tutto analoga a un lingotto d’oro fuso e ricolato: non ci sarebbe più alcunché di identificabile”.
Il valore
Ciò che è certo, in caso di collier venduti un pezzettino per volta, è che una parte del valore iniziale verrebbe perduto. Stimare quanto, però, pare molto complicato. Bloomberg, per esempio, calcola nella migliore delle ipotesi di una perdita del 90% del valore iniziale, o più realisticamente di un passaggio di valore dai 150 milioni di dollari iniziali a un prezzo di vendita di 10 milioni (ossia 8,6 milioni di euro).
“Il valore di un diamante”, spiega Sangalli, “non è semplicemente determinabile a partire dal suo peso”, come invece accade per altri tipi di preziosi. Oltre a una questione quantitativa (qual è la sua massa), a determinare il prezzo di una pietra preziosa sono molte altre caratteristiche: dalla purezza alla qualità del taglio, dalla storia allo scaglione di appartenenza. “Non c’è linearità di prezzo. Per fare un esempio”, continua Sangalli, “se un diamante da 1 carato vale 7mila euro, un altro del tutto analogo ma da 2 carati è venduto a 40mila euro”. Quando un diamante viene tagliato a metà, perciò, ciascuna delle due parti vale molto meno del 50% del valore originale.
E ci sono altri elementi di complessità. “Se si tratta della collana di un gioielliere famoso” come nel caso di Ocean’s 8, prosegue Sangalli,“c’è naturalmente un valore aggiunto derivante della storia del gioiello o dalla fama dell’autore, quindi anche solo smembrando la collana si perde buona parte del valore originale. E poi”, conclude, “per essere precisi bisognerebbe sempre distinguere tra valore di acquisto e valore diretto“. Proprio come per gli strumenti finanziari, anche per i diamanti esiste un prezzo bid (offerta) e un prezzo ask (domanda), con una differenza che si attesta di solito su qualche punto percentuale.
Bene ma non benissimo, dunque, per gli aspiranti novelli Lupin: il mercato per questo genere di refurtiva esiste, anche se il valore di partenza va decisamente sgonfiato. Sempre ammesso che non si trovi qualche collezionista disposto a pagare il prezzo pieno.
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