Dalle accise sulla benzina lo Stato incassa 25 miliardi, davvero si possono tagliare?

Non è mai facile rinunciare a un proprio cavallo di battaglia, soprattutto se si fa politica di mestiere. Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, ha confermato di voler tagliare le accise sui carburanti, fardello che appesantisce il pieno degli italiani. “Lo faremo entro l’anno”, ha detto. Lo aveva promesso in campagna elettorale e lo ha ribadito anche dai membro forte dell’esecutivo. Al governo basterebbe un tratto di penna per tagliare quei centesimi al litro che rendono più caro il carburante, ma ovviamente non sarà così semplice rinunciare al tesoretto garantito dal via vai sulle strade. Le accise sui prodotti energetici e derivati sono la quarta voce tra le entrate tributarie dello Stato, alle spalle solo di Irpef, Iva e Ires.
Quanto valgono le accise sui carburanti?
A differenza delle imposte sul reddito, le accise sono una forma indiretta di tassazione. In Italia ne sono attive su diversi prodotti: carburanti, ovviamente, ma anche tabacco, alcolici, carbone o gas. Per lo Stato è un affare. Il tributo viene pagato direttamente da chi consuma un determinato bene, in proporzione alla quantità acquistata. Senza distinzioni tra ricchi e poveri, quando si comprano le sigarette si versa in automatico la tassa dovuta così come tutti pagano in egual misura prima di un brindisi o subito dopo aver fatto benzina.
Tanti i guadagni. L’Accisa sui prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi – nome tecnico per indicare la volgarmente detta accisa sui carburanti – ha garantito nel 2017 un incasso di 25,7 miliardi di euro (precisamente: 25.710.857.698,26 euro, più Iva). Per rendere l’idea: vale 14 volte e mezzo il canone Rai che nello stesso periodo di tempo ha assicurato alle casse pubbliche 1,8 miliardi di proventi, grazie anche alla discussa fatturazione in bolletta.
Quanto va in accise per ogni pieno?
Dal primo gennaio del 2013 il valore dell’accisa sui prodotti energetici è stabile e immutato: l’addizionale sulla benzina è di 0,728 euro al litro, la più cara. Si versano poi 61 centesimi al litro per il gasolio, 14 centesimi per il gpl e 40 per il gasolio da riscaldamento.
Centesimo dopo centesimo, le accise hanno contribuito a far crescere a dismisura il costo di un pieno in Italia. Ad agosto per un litro di benzina si deve sborsare 1,629 euro, anche se il prodotto industriale costa solo 607 centesimi di euro. Ben 1,022 euro vanno tasse. Alle accise, inoltre, bisogna sempre aggiungere il 22% di Iva, ovvero 0,294 a litro per la benzina, 0,272 per il gasolio e così via. Se non ci fossero le imposte un pieno da 60 euro in Italia costerebbe molto meno: ce la si potrebbe cavare con 35 euro, con un risparmio netto del 60%.
Finanziamo davvero la guerra in Etiopia?
Nei primi sei mesi del 2018 l’accisa sui prodotti energetici ha garantito un incasso di 11 miliardi di euro, in linea con quanto ottenuto l’anno precedente. Soldi utili per far quadrare i conti e che non finiscono a finanziare la guerra in Etiopia: questa è una delle piccole bufale che circolano sulle accise, rilanciata di tanto in tanto anche da politici come Matteo Salvini. Dalla metà degli anni Novanta, quando è stato istituito il Testo unico delle accise, le vecchie imposte di fabbricazione immaginate per finanziare guerre o ricostruzioni sono state abolite, a favore di un unico capitolo di spesa generale e senza vincoli.
“In virtù della tipologia di imposizione tributaria che rappresenta – spiega il ministero dell’Economia – l’accisa costituisce per lo Stato un importante strumento finanziario” poiché “piccole variazioni delle aliquote garantiscono un nuovo e maggiore gettito in tempi alquanto ridotti“. Per questa ragione, proprio come accadeva con le vecchie imposte di fabbricazione, fino al 2013 le accise sui carburanti sono spesso aumentate per far fronte ad alcune emergenze, come la guerra in Bosnia nel 1996 o il nuovo contratto di lavoro per il trasporto pubblico locale. Ora le accise sui carburanti sono state stabilizzate e sarà difficile schiodarsi (al ribasso) da lì.
Il governo può abolire l’accisa sui carburanti?
In via del tutto teorica, l’esecutivo potrebbe infatti tagliare su due piedi la tassa e alleggerire in un colpo il costo del pieno. Sarebbe probabilmente molto utile, ma di certo è complicato: l’imposta indiretta assicura un gettito molto importante e individuare una degna copertura rischia di essere difficile. Le clausole di salvaguardia piazzate nei conti dai precedenti governi impongono poi di trovare entro fine anno 12,5 miliardi per evitare che proprio Iva e accise aumentino ancora. Decidere di tagliare il tributo sul pieno imporrebbe un ulteriore ritocco di bilancio. Davvero complicato.
Come se non bastasse, c’è l’Unione europea che vigila. Bruxelles impone agli stati membri una quota-minima di accise sui carburanti sotto la quale non si può scendere. Volgarmente detta, il vincolo serve a disincentivare lo sperpero di energia per limitare gli effetti negativi dello smog sull’ambiente (chi vive a Milano ne sa qualcosa). Certo, in questo caso l’Italia si mostra molto più severa delle indicazioni comunitarie. Per la Ue l’accisa-minima sulla benzina è di 0,359 euro, 0,33 per diesel e 0,125 per il gpl. Parecchio meno.
The post Dalle accise sulla benzina lo Stato incassa 25 miliardi, davvero si possono tagliare? appeared first on Wired.




Leggi la notizia completa