Il tuo ultimo sguardo, Sean Penn e il cinema glamour sull’Africa

Premessa doverosa: se vi aspettate un nuovo Into the wild siete clamorosamente fuori strada. Primo, perché un (capo)lavoro del genere si realizza solo una volta nella vita. Secondo, perché il nuovo film di Sean Penn è tutt’altro genere e parte da ben altre intenzioni. Nuovo, tra l’altro, per modo di dire: presentato lo scorso anno a Cannes, dove fu fischiato in buona compagnia (lo stesso anno dei boati a Refn), esce in Italia solo adesso. Il che già la dice lunga.

Il cast è di quelli che si suol definire stellari: Charlize Theron, Javier Bardem, Jean Reno e persino Adele Exarchopoulos di La vita di Adele in un piccolo ruolo. Theron interpreta una dottoressa direttrice di ONG che nell’Africa dilaniata dalle guerre civili, tra bombe e orrore, trova tempo e modo di innamorarsi del chirugo Miguel Leon / Bardem. Dolore e ideologie diverse porteranno inevitabilmente i due a una sofferta separazione: c’è chi sceglierà di mollare tutto per occuparsi dei diritti dei rifugiati in altri modi e con altre prospettive, e chi deciderà eroicamente di andare avanti, perché un medico per agire può e deve fare una sola cosa. Soccorrere, fino alla fine.
Non c’è neanche bisogno di sottolineare che i protagonisti siano attori di pregio, in questo film il problema si pone a metà tra sceneggiatura e regia. Da una parte, l’amore tra due medici senza frontiere, dall’altra l’infuriare della guerra. Da una parte il melodramma, dall’altra l’alta tensione con scene degne di un buon action. Nel mezzo un vago intento di denuncia che passa per tutto il glamour di Hollywood, come se le atrocità sullo sfondo fossero solo un pretesto narrativo per raccontare la liaison sentimentale.
Risultato: una delusione, inevitabile quando ci si sofferma sulla superficie e si punta alla lacrima facile / al colpo di scena senza mai approfondire o emozionare per davvero. È stato già definito, non a torto, un film per turisti del diritto umanitario: ai tempi di Cannes 2016 se ne sottolineava l’estetizzazione pornografica, si rilevava tutto il contrasto tra la fotografia patinata e l’oggetto del racconto, ovvero le guerre civili africane. Non possiamo che ribadirlo, salvando oltre che le performances attoriali anche le musiche di Hans Zimmer. Splendide, benché anch’esse troppo pompose e in netto contrasto con la miseria che si vorrebbe raccontare.
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