La vita con Mr. Dangerous e il binge watching come terapia

Amy è una ragazza qualsiasi.
Parliamo di una protagonista, quindi regola vorrebbe che ci fosse un ma dopo questa frase, invece non c’è. Amy è una ragazza qualsiasi, punto. Ha ventisei anni, un ragazzo che pensa di lasciare e un lavoro da commessa in un negozio di vestiti che forse non odia, ma di sicuro non ama. È rotondetta, quando mangia un gelato lo fa già sapendo che se ne pentirà subito dopo, ogni giorno le toccano le telefonate della sua madre un po’ ansiogena durante le quali in realtà non si dicono niente e il suo migliore amico, Michael, vive a San Francisco. Amy si sente stanca, sempre più abulica, e le uniche compagnie che le sono gradite sono il suo gatto e Mr. Dangerous, il suo cartone animato preferito. Ed è proprio nella sua normalità completa che risiede la forza di questa storia, perché Amy è davvero come potremmo essere noi, senza estremi, senza eccessi, ma tristi. Penosamente tristi.

La vita con Mr. Dangerous  (in uscita l’8 settembre per Tunué) è una graphic novel di Paul Hornschemeier che già a tenerla in mano si è felici. Il volume cartonato, le cui pagine leggermente ruvide trattengono i colori opachi ma vividi della storia, è di per sé un oggetto che è un piacere prendere dallo scaffale, aprire, sfogliare. Poi, naturalmente, si comincia a leggerlo, e si è subito immersi in un momento della vita di Amy: è sull’autobus, con la testa appoggiata contro il finestrino, e senza apparente motivo a un certo punto deve scendere perché sta sudando e non sopporta più nessuno. Da questa situazione di fastidio continuiamo a seguire la nostra protagonista fino a casa, dove appena il tempo di togliersi le scarpe e la vediamo già scivolare davanti alle repliche di Mr. Dangerous, un cartone animato un po’ assurdo di quelli che fanno impazzire gli adulti, alla Adventure Time.
A parte questo, niente sembra interessarle veramente. Non le importa davvero di parlare coi ragazzi con cui esce, anche se sono carini, e non le importa del suo compleanno, nonostante le insistenze di sua madre. Eppure, è proprio nel rapporto goffo e trattenuto con la madre che conosciamo la dimensione più sensibile di Amy. La frustrazione nel momento in cui scopre che le ha regalato una cosa che non voleva, la tenerezza nel ricordare i sacrifici che quella donna ha fatto per lei, nonostante adesso sia difficile parlarne. Le sue speranze, invece, non le esprime mai a voce, ma le intuiamo perché si incarnano nella figura di Michael, il suo migliore amico che non vediamo mai in viso, ma sappiamo che probabilmente in realtà le piace.
Tutto il fumetto è costruito attorno alle paure della sua protagonista, che sono paure quotidiane, tutto sommato ordinarie, dalle quali però è facile lasciarsi fagocitare e schiacciare fino a sparire. Paura di aprire un dialogo con la madre, paura di conoscere nuove persone, paura persino di chiedere le ferie che le spettano sul lavoro, anche se questa è un po’ una scusa per non andare a trovare Michael, del quale ha particolarmente paura perché be’, se si mettessero insieme, andasse malissimo e lei perdesse anche la sua amicizia, cosa le rimarrebbe?

La grande qualità di Paul Hornschemeier, però, è quella di riuscire a dare una dimensione intima e umana al racconto senza chiuderlo in sé stesso come la sua protagonista, ma anzi rendendolo ordinato, scorrevole e spesso buffo, anche grazie a intuizioni grafiche particolari, come i dialoghi ascoltati a metà tagliati parzialmente dalla griglia.
Sarebbe facile definire La vita con Mr. Dangerous un fumetto generazionale, ma in realtà è qualcosa di più: è un fumetto onesto, scritto con intelligenza, su quel momento nella vita di chiunque in cui tutto sembra stagnare, e ci vuole qualcosa che ci svegli dal torpore. Fosse anche solo una maglia rosa con un unicorno, o la miniatura del tuo personaggio dei cartoni preferito.
È una graphic novel che fa bene, questa, non soltanto perché leggere buone storie fa sempre bene, ma anche perché ci lascia con un messaggio importante: a volte, per uscire, basta fare il primo passo.
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