Lavoro, Papa Francesco e quella staffetta generazionale che non funziona

Papa Francesco all’Ilva di Genova lo scorso 27 maggio (foto: Lapresse)Lo sanno bene i vaticanisti: l’attenzione di papa Francesco è ormai legata a doppio filo alle tematiche del lavoro. È ancora fresco il ricordo della sua visita all’Ilva di Genova, a fine maggio, quando spiegò che “il lavoro è una priorità umana”. Insieme al tema delle migrazioni e a quello della “cultura dello scarto” l’occupazione, intesa come elemento cardine della dignità personale e ingrediente che dà senso alla nostra esistenza, è un tema ricorrente nelle sue parole.
Oggi Jorge Mario Bergoglio è tornato sull’argomento sottolineando un aspetto fortemente intrecciato e controverso. Quello del ricambio generazionale. Lo ha fatto nel corso di un incontro con i delegati del congresso nazionale della Cisl in aula Nervi, prima dell’usuale udienza generale del mercoledì: “È una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti”.
Va bene che si trovava di fronte a una platea di sindacalisti e alle loro famiglie, tuttavia il tempismo e l’attualità del santo padre sono sempre formidabili. Appena pochi giorni fa, infatti, circolava l’indiscrezione relativa a un possibile aumento dell’età pensionabile. Se al momento è fissata a 66 anni e 7 mesi (oppure a 42 anni e 10 mesi di contributi, ridotti a 41 e 10 mesi per le donne a prescindere dall’età anagrafica) dopo l’estate potrebbe arrivare la sorpresina. Legata, ovviamente, all’aumentata speranza di vita a 65 anni, vale a dire al tempo che in media resta da vivere superata quella soglia.
Un lasso  che – per fortuna – si è allungato (nel 2016 era di 19,1 anni per gli uomini e 22,4 per le donne) e che per questo potrebbe condurre a un piccolo allungamento del traguardo: da 66 anni e 7 mesi a 67 anni secchi. Spingerebbe dunque ancora più in alto l’asticella dei requisiti previdenziali aggravando un quadro oggettivamente paradossale: quello di un’elevata disoccupazione giovanile (ancora dalle parti del 37,3%) con un tasso di disoccupazione che addirittura ultimamente è calato ma solo fra gli over 50. E facendo del nostro Paese uno di quelli in cui, dopo decenni di vacche magre e baby pensionati, adesso si va in pensione più tardi che altrove.
Si pagano la manica larga e le ingiustizie del passato, certo, ma questo non significa che il discorso dell’avvicendamento genitori-figli non sia concreto. Il papa è entrato anche nel dettaglio, per esempio intorno alle pensioni d’oro che “sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.
Peccato che i prelievi da quei ricchi assegni, pure quelli una tantum, non risolvano la faccenda e possano ridursi solo a provvedimenti occasionali, come ha deliberato la scorsa estate la Corte Costituzionale in merito al prelievo deciso dal governo di Enrico Letta nel 2014. Chi ce le ha, insomma, se le tiene le cospicue pensioni dorate e la battaglia sui “diritti acquisiti”, pure quando imbarazzanti, è una di quelle che feriscono ancora di più l’opinione pubblica.
Curiosa anche la soluzione di Bergoglio, che sembra in qualche modo ricalcare il piano dell’Ape, l’Anticipo pensionistico in fase di sperimentazione in vigore dallo scorso primo maggio e fino al 31 dicembre 2018 per a chi ha raggiunto almeno i 63 anni di età. Il pontefice ha spiegato che occorre “un nuovo patto sociale per il lavoro che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta”.
L’ultimo passaggio sui sindacati si sviluppa in un’ottica anche in questo caso piuttosto condivisibile, per quanto alle prese con la realtà le associazioni dei lavoratori si siano spesso trasformate in serbatoi politici assegnatari di privilegi e sono stati i primi a dimenticarsi dei giovani: “Sindacato è una bella parola che proviene dal greco syn-dike, cioè “giustizia insieme”. Non c’è una buona società senza un buon sindacato e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari” ha detto Bergoglio. Infine la stoccata: “Forse la nostra società non capisce il sindacato perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei ‘diritti del non ancora’: nelle periferie esistenziali”.
L’idea di far spazio ai giovani alleggerendo il lavoro dei padri è una realtà lungamente chiacchierata in Italia: fu proposta dall’allora ministro del Lavoro Franco Marini nel 1991 e in seguito dai successori Tiziano Treu nel 1997 e da Cesare Damiano dieci anni più tardi. Tutti progetti che finirono per arenarsi anche perché i padri tutta questa voglia di fare part-time per qualche anno non ce l’avevano e perché l’assunzione dei figli, pratica in voga anni fa in molti grandi gruppi, non è mai stata sancita ufficialmente. Anche Letta era tornato sul punto nel 2013 col ministro Enrico Giovannini. E anche in quel caso non se ne fece nulla.
Forse questi esperimenti dimenticavano un paio di fatti essenziali: che quello del subentro del figlio è un privilegio legalizzato piuttosto stomachevole e che in fondo tutti i cittadini devono essere uguali di fronte alle opportunità lavorative. Insomma, ci sarebbe un elemento di natura costituzionale piuttosto scivoloso intorno a un simile meccanismo. Ma è pur vero che il lavoratore difficilmente rinuncerà agli ultimi anni di contributi, o s’impelagherà con un prestito, solo per stare col nipotino. Mentre si aspetta che si liberino i vecchi, insomma, c’è dunque bisogno di posti di lavoro veri: la staffetta generazionale ha le mani legate.
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