Le professioni del digitale che mancano in Italia

Data analyst, sviluppatore per il mobile, big data architect, ma anche digital copywriter, e-reputation manager e digital advertiser. Dietro questa sfilza di nomi ad alto tasso di contaminazione inglese ci sono alcune delle professioni che le aziende potrebbero ricercare più facilmente nel prossimo futuro. Professioni che in Italia non hanno percorsi di formazione specifici, se non in rari casi. Eppure la Commissione europea ha calcolato che entro il 2020 circa 900mila posti di lavoro resteranno scoperti, contro i 275mila del 2012. Un buco causato soprattutto dall’assenza dei professionisti del digitale.
L’accelerazione sui big data, per esempio, richiede big data architect, un professionista che costruisca il sistema di analisi dei dati, e una sfilza di analisti dei dati, che sappiano leggere i numeri e renderli utili per applicazioni pratiche. Il trasloco di una serie di operazioni sul telefonino o sul tablet, ad esempio, ha rafforzato il ruolo degli sviluppatori mobile e per migliorare l’esperienza degli utenti sono richiesti user experience director.
Cambia faccia anche la comunicazione: e-commerce e social network, ad esempio, richiedono che le agenzie di dotino di digital copywriter, di pr in grado di coordinare le attività di pubbliche relazioni online e di digital advertiser che pianifichino campagne pubblicitarie sul web.
E di conseguenza servono web analyst, per misurare i dati della rete, ma anche specialisti di tecniche Seo e Sem per migliorare il posizionamento delle aziende sui motori di ricerca, e professioni per gestire le comunità sui social: community manager, quindi, e l’e-reputation manager, che coordina l’immagine di un’impresa in rete.
Ai piani alti delle aziende, di conseguenza, deve avere più spazio il chief technology officer, o dirigente tecnologico, che si occupa di rinnovare i processi industriali, i prodotti e i servizi adeguandoli alle tecnologie più all’avanguardia.
Queste professioni non servono domani, ma già oggi. Uno studio di Modis, articolazione dell’agenzia interinale Adecco, evidenzia che in Italia il 22% delle offerte di lavoro nel settore digitale resta scoperta: non c’è chi abbia un curriculum adatto a ricoprire quel compito. Tant’è che i giovani italiani che lavorano nel segmento del digitale sono il 12% del totale, contro il 16% della media europea.
Sono poltrone vuote che potrebbero essere occupate da diplomati o neolaureati, contribuendo ad abbattere la disoccupazione giovanile. Ma durante il festival Supernova, Talent Garden, rete di spazi di coworking e innovazione, ha evidenziato che le professioni si evolvono a ritmo di dieni anni, ma l’Università non sta al passo.
“Le aziende cercano persone esperte nell’analisi dei dati, nello sviluppo di software e nel digital marketing. Secondo la Comissione europea l’Italia ha la più bassa percentuale di addetti del mondo Ict che hanno almeno una laurea triennale: 32% a fronte delle perfomance migliori di Spagna, con il 77%, e Belgio, al 73%”, spiega Davide Dattoli, fondatore e amministratore delegato di Talent Garden. Tant’è che salvo pochi atenei illuminati e una formazione parallela, molti di questi lavori non sono insegnati.
Nel piano Industria 4.0 il ministero dello Sviluppo economico ha specificato che l’Italia punta a dotarsi di 200mila studenti universitari e tremila manager specializzati nei settori della quarta rivoluzione industriale, di circa 1.400 dottorati di ricerca sull’argomento (sui cinquemila complessivi) e di Competence center nazionali.
Per questo, entro il 2020, 355 milioni saranno investiti nel piano scuola digitale, che sostiene l’apertura di atelier creativi e di manifattura digitale, formazione del pensiero computazionale alle elementari, lo sviluppo di 25 curricula digitali e programmi di alternanza tra studio e lavoro. Altri 70 milioni (più 30 milioni da sponsor privati) andranno alle superiori e alle università per organizzare corsi e master sui temi dell’industria 4.0.
E per non tagliare fuori le generazioni più avanti con l’età dai servizi, in Lombardia 1.250 studenti delle superiori hanno fatto da tutor digitali a 2.500 nonni. Sono questi i numeri della seconda edizione del progetto Abcdigital, sponsor Assolombarda (l’associazione territoriale di Confindustria che riunisce le imprese delle province di Milano e Monza).
“Se si considera lo stato di avanzamento verso un’economia e una società digitali, secondo gli ultimi dati della Commissione europea l’Italia è al venticinquesimo posto su 28 Stati, la Germania al nono, la Spagna al quindicesimo, la Francia al sedicesimo – osserva il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca -. E gli utenti abituali di internet sono ancora pochi. Se in Germani si parla dell’84% della popolazione, in Italia ci si ferma al 63%“.
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