Lì dove nascono i mobili di Ikea

(Foto: Filippo Piva)Almhult (Svezia) — Forse non tutti sanno che la parola Ikea, oltre ad essere una formula magica che migliaia di italiani pronunciano ogni domenica nel tentativo di sfuggire alla noia da divano o ai pranzi con la suocera, è in realtà un acronimo. La I e la K sono le iniziali del suo illustre fondatore, l’oggi novantenne Ingvar Kamprad; mentre la E e la A sono le prime lettere di Elmtaryd e Agunnaryd, rispettivamente la fattoria e il villaggio dove lo stesso Kamprad è nato e cresciuto prima di trasformarsi in uno degli impreditori più celebri d’Europa. Ma se la storia del nome di Ikea è ben leggibile da chiunque su Wikipedia, è soltanto visitando i luoghi che le hanno dato i natali che se ne può comprendere davvero l’essenza, fatta di due ingredienti fondamentali: un’idea e un territorio, con le sue risorse e le necessità della sua gente.
Sono circa le 9 del mattino quando arriviamo ad Älmhult, la cittadina della Svezia meridionale che nell’ormai lontano 1958 vide l’apertura del primissimo negozio Ikea del pianeta. A poche centinaia di metri da quella struttura, da poco trasformata in un museo aziendale di ben 7mila metri quadrati, con spazi votivi dedicati alle tappe e ai prodotti storici del marchio, sorge la sede principale per la progettazione e la prototipizzazione dei mobili che l’azienda scandinava esporta in tutto il mondo. L’ingresso è sorvegliato da una gigantesca riproduzione della sacra brugola, simbolo supremo e incontrastabile del mondo Ikea, nonché compagna di gioie e dolori di tutti quelli che si sono cimentati nell’assemblaggio domestico di cassettiere Malm, librerie Billy & co.
La vetrinetta incastonata nella porta girevole dell’ingresso (Foto: Filippo Piva)Entrando nell’edificio, dove lavorano ogni giorno circa 700 persone, si incomincia una progressiva e inesorabile immersione nel design nordico. Già a partire dalla porta girevole, che ospita al proprio interno due vetrinette con composizioni di prodotti vari ed eventuali, tutti rigorosamente con cartellino e prezzo. All’ingresso ci accoglie il marchigiano Luca Battistelli, in azienda dal 1992 nonché attualmente tra i responsabili della divisione Bedroom & Bathroom — quella che si occupa di mobili e oggetti destinati a camere da letto e bagni, giusto per essere chiari. È lui a guidarci in questa visita alla sede di Ikea of Sweden, che inizia con una rapida tappa nella zona ricreazione: una sorta di immensa caffetteria con tavoloni e gradinate, dove i dipendenti, prima del lavoro o durante le pause, sono soliti ritrovarsi per qualche chiacchiera.
La caffetteria (Foto: Filippo Piva)Guardando tra i vari tavoli, si possono scorgere volti delle più disparate etnie. Svedesi biondissimi, certo, ma anche ragazzi dai tratti mediterranei, indiani, orientali. Tutti che parlottano animatamente in inglese sorseggiando la stessa tazza di caffè lungo e sgranocchiando la stessa fetta di rugbrød, il tipico pane di segale scandinavo, sovrastato da formaggio, tacchino e cetriolini vari. La livella della mensa aziendale, insomma, colpisce anche qui.
Come nascono i prodotti Ikea“L’ideazione di un nuovo prodotto parte sostanzialmente da un vuoto da riempire nell’offerta dell’azienda. Talvolta si inizia già con l’intenzione di utilizzare un determinato materiale, perché particolarmente richiesto o perché disponibile in grandi quantità a un costo vantaggioso; altre volte il materiale viene deciso in corso d’opera. Si pensa sempre a soddisfare un bisogno concreto, al minor prezzo possibile”. Sembra esserci tanto senso pratico e un po’ meno di poesia nelle parole di Luca, ma in fondo è proprio questo il glorioso terreno da cui sboccia il design nordico. Una realtà che nasce dal basso, dalle case proletarie dello Småland: abitazioni magari modeste, ma che hanno sempre lottato duramente per non apparire brutte o trasandate. La bellezza, d’altronde, deve essere per tutti, e non soltanto per i più abbienti. Lo gridano a gran voce le illustrazioni di Carl e Karin Larsson, luminari dell’arte scandinava, e lo ribadisce nei suoi libri la celebre scrittrice svedese Ellen Key. Ikea, con i suoi mobili e i suoi oggetti, sembra aver imparato la lezione dei suoi grandi predecessori, per poi ripeterla al resto del mondo attraverso un potente megafono fatto di cataloghi ben strutturati e proposte dal design interessante, seppur a buon mercato.
Luca Battistelli, marchigiano, responsabile della divisione Bedroom & Bathroom di Ikea of Sweden (Foto: Filippo Piva)“Ogni singolo oggetto viene sviluppato dai Product Developer delle diverse divisioni, che in base alle esigenze invitano uno o più designer a collaborare all’ideazione”, prosegue Battistelli. “In tutto qui ad Älmhult abbiamo una ventina di designer interni, che firmano circa il 90% dei prodotti, ma sono frequenti anche le collaborazioni esterne, spesso con professionisti di fama internazionale. Quelle con Tom Dixon o Paola Navone ne sono due esempi recenti”. L’oggetto, una volta disegnato, viene generalmente realizzato nei laboratori di prototipizzazione, in diverse varianti da analizzare e valutare sin nel minimo dettaglio.
Così, per esempio, due comodini che agli occhi distratti di un profano sembrerebbero identici (o quasi) si giocano testa a testa la possibilità di entrare in commercio, sfidandosi a colpi di maniglie, angoli, dimensioni dei cassetti e finiture.
Uno degli allestimenti storici di Ikea riprodotto nel museo aziendale (Foto: Filippo Piva)Seguono la fondamentale fase di stesura delle istruzioni illustrate per il montaggio a domicilio, responsabilità di un dipartimento apposito dell’azienda che si occupa esclusivamente di mettere a punto questi micro-manuali, e il test pratico nelle case di alcune famiglie di volontari, che provano e recensiscono il prodotto annotando suggerimenti per eventuali modifiche.
A questo punto incomincia la produzione, che Ikea affida a una serie di aziende del proprio territorio, selezionate per garantire gli standard richiesti. “Il processo intero, dall’ideazione alla commercializzazione, dura almeno un anno e mezzo”, sottolinea Luca. “Ogni anno introduciamo una quarantina di novità, che vanno ad aggiungersi al nostro catalogo di oltre 12 mila articoli”. Ognuna di queste 12mila referenze deve rispondere ai 5 parametri fondamentali di Ikea, quelli che ogni bravo dipendente sa ripetere tutti d’un fiato, come neanche i sette re di Roma: qualità, forma, funzionalità, accessibilità e sostenibilità. Ed è proprio sull’ultima voce del mantra del design democratico che, a quanto pare, l’azienda sta concentrando i maggiori sforzi di ricerca.
Sostenibilità e innovazione
Il rispetto per il territorio e per l’ambiente, si diceva, è un dictat inciso a fuoco nel dna di Ikea, e più in generale nella mentalità scandinava. “I mobili in legno massiccio sono meravigliosi, tutti quanti li vorremmo, ma non sono oggettivamente sostenibili”, commenta Battistelli. “Il nostro sforzo è quello di utilizzare il più possibile legno certificato Fsc, che purtroppo al momento è sufficiente solo per il 50% del volume totale delle nostre produzioni. In alternativa, preferiamo sperimentare materiali innovativi o poco utilizzati, per minimizzare l’impatto ambientale”. Così, per esempio, negli scorsi anni sono nate intere collezioni in sughero, un materiale sostenibile sia a livello ambientale sia a livello economico, come la Sinnerlig disegnata da Ilse Crawford ; mentre per i materassi è in fase di studio una nuova alternativa a lattice e schiuma di lattice, ancora rigorosamente top secret.
I campioni utilizzati per i colori dei prodotti (Foto: Filippo Piva)D’altronde, come aveva sottolineato lo stesso amministratore delegato di Ikea Italia Belén Frau, durante la presentazione del catalogo 2017, “la sostenibilità è una pietra angolare dei nostri negozi e dello sviluppo dei nostri prodotti. Anche nella scelta della materia prima: abbiamo appena terminato un progetto molto ambizioso, per cercare di far sì che tutto il cotone utilizzato da Ikea sia coltivato in modo sostenibile. Abbiamo avviato un progetto di formazione destinato agli agricoltori di tutto il mondo con cui collaboriamo, per insegnare loro a coltivare senza l’utilizzo di pesticidi, sprecando meno acqua e in modo più rispettoso verso l’ambiente. Così ora tutto il cotone che si può trovare nei negozi Ikea è sostenibile al cento per cento”.
Ma la sostenibilità non si limita ai materiali utilizzati e ai processi di produzione. Anche la logistica e dunque il trasporto della merce vengono ottimizzati per ridurre i consumi, e in questo senso la scomposizione dei mobili in parti assemblabili è un punto fondamentale. “Pensate a quanto spazio nel rimorchio di un camion occuperebbe una libreria già montata e quanto invece ne occupano i vari componenti singoli”, riflette Luca. “Non c’è davvero paragone nella quantità di mobili che si possono trasportare con un solo carico, ed è anche per questo che Ikea cerca di ridurre al minimo indispensabile l’ingombro dei vari componenti. Non tutti i prodotti sono scomponibili, certo, ma ci stiamo lavorando. Sarebbe bello, per esempio, riuscire a proporre un divano diviso in pezzi da ricomporre a casa”. I meno pratici di brugola e bricolage potrebbero dissentire, ma questa è oggettivamente un’altra storia.
Dalla Svezia al mondo intero
Quando Ingvar Kamprad concepì la sua azienda, negli anni ’40, il suo mercato di riferimento era solo ed esclusivamente quello scandinavo. D’altronde lui, benedetto da un gene dell’imprenditoria che lo aveva portato sin dalla tenera età a rivendere fiammiferi ai suoi vicini di casa, conosceva bene le esigenze della sua gente, cui aveva venduto nel corso degli anni decorazioni per alberi di Natale, pesce, semenze da giardino e articoli di cancelleria, prima di approdare alla mobilia, inizialmente con un servizio di vendita per corrispondenza su catalogo simile al nostro Postal Market. Non appena iniziò l’espansione al di là dei confini domestici, però, si rese conto di dover ampliare offerta e visuale.
Alcuni degli storici prodotti Ikea in esposizione (Foto: Filippo Piva)La nostra guida ci spiega: “Il primo negozio Ikea in Italia fu aperto nell’89 a Cinisello Balsamo, nei pressi di Milano. All’azienda, però, servì un po’ di tempo per riuscire a comprendere davvero il mercato italiano. Così, per esempio, la prima collezione di piatti che doveva essere presentata al pubblico aveva un difetto imperdonabile: non contemplava il piatto fondo. I designer nordici non riuscivano a capire perché gli italiani non potessero mangiare la pasta in una normale ciotola per la zuppa, ma alla fine dovettero arrendersi e aggiornare il progetto iniziale”.
D’altronde, ogni singolo mercato ha le proprie richieste peculiari, e cercare di soddisfarle con una produzione dall’ottica globale può essere molto difficile. “Come noi italiani preferiamo di gran lunga il divano sfoderabile, cosa che per i nordici non è assolutamente una priorità, allo stesso modo i russi non concepiscono un divano che non possa essere trasformato anche in letto”, ci svela Luca. “Ogni Paese ha le sue abitudini, e Ikea, nel corso degli anni, ha dovuto imparare a capirle”.
Il ritratto di Ingvar Kamprad, all’ingresso del museo, è un mosaico composto dai volti in miniatura dei suoi dipendenti (Foto: Filippo Piva)Così oggi nella sede di Älmhult lavorano dipendenti di oltre 25 nazionalità differenti, che aiutano a sviluppare i nuovi prodotti portando il proprio vissuto e la propria cultura. Noi italiani, nel frattempo, abbiamo imparato che gli spaghetti si possono mangiare anche in una ciotola o in piatti di qualsiasi altra forma, nel nome di una sempre più diffusa cultura del design. E forse, anche in questa tutt’altro che scontata apertura mentale, c’è un pizzico dello zampino democratico di Ikea.
The post Lì dove nascono i mobili di Ikea appeared first on Wired.




Leggi la notizia completa