Perché far fallire la tua startup può essere un successo

(Foto: Andrea Dusi, fondatore di Wish Days e Impact School)“Il tasso di fallimento delle startup si aggira intorno al 96%“. Parola di Andrea Dusi, imprenditore 40enne, papà di Wish Days e Impact School. È vero, i numeri sono impietosi: 9 startup su 10 non sopravvivono ai primi 3 anni di attività. Tra le principali cause di fallimento, l’incapacità di reggere la competizione (14%), l’assenza di un modello di business sostenibile (11%) e l’inadeguatezza del prodotto (9%).
Eppure, nel nostro Paese, la retorica dell’ottimismo costringe a non parlare quasi mai delle startup che non ce l’hanno fatta. Manca, in sostanza, una vera cultura del fallimento, sul genere di quella americana. L’ex ad di Google Eric Schmidt, ad esempio, commentando nel 2013 il crollo di progetti come Google Reader, disse: “Celebriamo i nostri fallimenti”. E anche nomi come Richard Branson, Bill Gates ed Elon Musk hanno sconfitte imprenditoriali alle spalle.
Così lo stesso Dusi ha deciso di raccontare il vero valore del fallimento in un libro: Come far fallire una startup ed essere felici (per i tipi di Bompiani). “Anche io ho fallito e molto”, racconta. Dopo la chiusura della sua prima startup (OneSlicy), nel 2006 ha creato Wish Days (conosciuta soprattutto per i cofanetti regalo Emozione3) venduta poi al gruppo Smartbox per una cifra vicina ai 20 milioni di euro.
L’imprenditore veronese, reduce anche dall’esperienza politica con 10 volte meglio (“anche quello è stato un fallimento, almeno per ora”), ne è convinto: “Il segreto per avere successo (e, perché no, per imparare a essere felici) è imparare dai propri errori e da quelli degli altri”.
(Foto: Bompiani)Dal suo primo fallimento nel 2004 al successo con Wish Days. Cosa è successo in quegli anni?
“Io ho commesso qualsiasi errore si possa commettere. Ho cominciato a fare impresa quando ancora non si sapeva cosa fosse una startup: di 25 marchi creati all’interno della mia azienda, quello che mi ha fatto diventare famoso è soltanto uno. Quindi la mia storia è piena di fallimenti. Non ho mai conosciuto però una startup di successo nella quale i founder non abbiamo lavorato almeno per 3 anni di fila al ritmo di 16-17 ore al giorno, senza mai prendersi neanche un giorno di ferie. Questo ovviamente toglie tantissimo alla vita privata e agli affetti. È quello che è successo in quel periodo ed è stato molto duro“.
Come si fa a fallire ed essere felici?
“In realtà, gli ingredienti per avere successo sono molto chiari. Quello che è difficile è indovinare il giusto mix, tra idea, competenze e timing giusto, in un particolare settore. Con i fallimenti invece, è più facile: si vede sempre cosa è andato storto. Oggi sono un investitore abbastanza attivo, soprattutto all’estero, con circa 120 società in portafoglio, e ho trovato in questi anni dei denominatori comuni. Quando ci sono questi aspetti, il fallimento è assicurato. Ma è proprio dall’insuccesso di una startup che si possono capire quali sono i mezzi che ci possono aiutare ad essere felici. Bisogna saper dare valore ai propri fallimenti“.
Un nuovo punto d’inizio.
“L’importante è capire i propri errori e non innamorarsi mai della propria idea. Ho iniziato nel 2013 a parlare di questi argomenti in un blog, Startupover. Ora ho finalmente chiuso il cerchio, dopo l’exit del 2016, con questo libro nel quale racconto gli errori tipici di chi fallisce facendo startup, gli stessi che ho fatto io. Sperando di poter aiutare altri ad evitarli“.
Il fallimento dunque è un passaggio necessario per chi fa startup?
“Non so se sia necessario per avere successo. Ho conosciuto diversi imprenditori, soprattutto in Silicon Valley, che non necessariamente hanno dovuto fallire per riuscire. Un caso emblematico in questo senso è quello di Mark Zuckerberg. E non è sicuramente bello, tutt’altro. Fallire fa malissimo. C’è però un tema culturale molto profondo: da noi chi fallisce viene stigmatizzato dalla società, in America si sa che questo fa parte di un percorso. Ma è anche vero che lì ci sono venture capital che hanno iniziato a investire in Silicon Valley 30 anni prima rispetto all’Italia, contribuendo a creare questo modello di pensiero“.
Dunque per chi fa startup in Italia ci sono meno possibilità per ripartire dopo un insuccesso, anche dal punto di vista economico?
“Il motivo principale per cui si fallisce è la motivazione. Mi spiego meglio: oggi c’è il mito dell’Eldorado. Faccio una startup per diventare ricco. Sia all’estero che in Italia, non ho mai conosciuto un imprenditore di successo che abbia fatto la sua azienda per avere più soldi. Perché nel momento di difficoltà, che arriva sempre, se la tua motivazione sono i soldi, fallisci. E c’è sempre molto hype nei confronti delle startup: sembra che il vero successo, la vera ricchezza sia avere un finanziamento o avere un exit. Non è così. È vero però che l’ecosistema italiano ha un problema fondamentale, che è quello della mancanza di fondi unito alla difficoltà di fare sistema“.
Come si può cambiare marcia?
“Io ho fondato anche un partito politico per occuparmi di questi temi: la soluzione non è sicuramente scimmiottare altri modelli, non siamo la Silicon Valley. Bisogna innanzitutto definire che cos’è una startup. Non parliamo della pizzeria, ma di una società a elevato contenuto tecnologico che può scalare velocemente. Per fare questo c’è bisogno di capitali e di ecosistemi: in Italia facciamo fatica soprattutto per un tema di tassazione e di regole. Il tema è molto vasto, ma di certo sarà necessario di specializzarsi in determinati comparti, cominciare ad attrarre talenti stimolando anche una cultura della tolleranza, oggi assente nel nostro Paese, favorire i collegamenti con le nostre eccellenze universitarie e aiutare chi investe, ad esempio con tassazioni agevolate sugli investimenti“.
Quali sono oggi le 3 regole fondamentali per chi vuole fare startup?
“Per prima cosa, devi capire bene quali sono le tue motivazioni. Perché voglio fare startup? “Perché voglio essere il padrone di me stesso”, “non voglio avere capi”, “Ho avuto l’idea del secolo”, Voglio fare soldi”. Ecco, queste non sono giuste motivazioni. Il secondo punto è con chi fare startup. Statistiche alla mano, nell’80% dei casi ha successo chi non è da solo. Bisogna essere almeno in due. Per due ragioni: hai pochi soldi all’inizio e dunque hai bisogno di persone con competenze diverse per fare un lavoro che altrimenti avrebbe un costo maggiore. E poi, nella vita di una startup ci sono alti e bassi (più bassi) ed è necessario farsi forza l’uno con l’altro. Occhio: mai fare un accordo 50 e 50. Uno dei due comanda. Sempre. Terzo aspetto: l’età media di chi fa startup di successo non è 20 anni. Anche in Silicon Valley parliamo di 30, in Italia 39. Perché quando fai una startup devi sapere di tecnologia, di marketing, di logistica, di programmazione, di finanza e quant’altro. Chi ha fatto successo ha imparato negli anni, o perché ha lavorato tanto in aziende strutturate oppure in altre startup. Quindi la regola è impara il più possibile prima di buttarti in una nuova iniziativa“.
E, nel caso le cose non andassero bene, qual è l’insegnamento più importante da tenere a mente?
“Alla fine, il consiglio che mi sento di dare a qualunque tipo di impresa, dalla startup alla grande azienda già esistente, è soprattutto uno: non smettere mai di cercare l’innovazione. La ricerca continua di innovazione è fondamentale. Nel momento in cui smetti c’è sempre qualcuno nascosto in qualche garage pronto a inventarsi un’innovazione e rubarti quel pezzo di mercato. Ci sono tantissimi esempi di questo tipo, basti pensare a Kodak che nel 1975 aveva il brevetto della fotografia digitale e oggi è stata surclassata da Instagram. Oppure Blockbuster che rifiutò di comprare Netflix per 1 milione di euro e oggi non esiste più“.
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