Social media e politica: verso una “democrazia del sentiment”?

di Andrea Ceron, assistant professor al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano
Il web e i social media vengono spesso additati come il luogo delle fake news e della negatività, soprattutto in ambito politico. Non è raro infatti assistere a scambi di insulti tra i sostenitori di partiti rivali o a scontri verbali su quanto sia “fake” questa o quella affermazione pubblicata online dal governo o da esponenti dell’opposizione.
Anche i politici stessi diventano spesso generatori di negatività tanto da incorrere in qualche “gaffe”, twittando o postando su Facebook commenti decisamente avvelenati e talvolta inopportuni. Come non ricordare – solo per citare gli esempi più recenti – il tweet di Crosetto, politico di centrodestra, che insultava il deputato Pd Emanuele Fiano utilizzando un’espressione colorita per evidenziare le origini ebraiche del rivale, o il post pubblicato su Facebook da un consigliere comunale Pd di Ancona che ha utilizzato toni decisamente forti per commentare l’anniversario della morte di Carlo Giuliani.
Questi episodi sembrano segnali di come la rete possa davvero generare negatività, ma il rapporto tra social media e politica è decisamente più complesso.
Paradossalmente, proprio queste caratteristiche che rendono il web un ambiente dove regnano “flames” e scontri verbali, fanno sì che i social rappresentino per i cittadini-elettori anche una opportunità di ottenere maggior trasparenza, chiamando i politici a rispondere delle dichiarazioni pubblicate online.
Le numerose gaffe rintracciabili nei tweet dei politici nostrani sono infatti un segnale di come i social spingano a commentare in modo impulsivo, esprimendo apertamente opinioni latenti che in altri contesti (meno virtuali) resterebbero saldamente celate e favorendo quindi indirettamente una maggior trasparenza dei processi politici.

Gli aperti litigi anche tra politici dello stesso schieramento, e le numerose scissioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni spesso sono avvenute a colpi di tweet (da Civati a Bersani) e molti politici hanno iniziato a “lavare i panni sporchi” in pubblico, direttamente sui social media (basti pensare agli scontri durante la #direzionepd o alle polemiche interne al Movimento Cinque Stelle).
Di questo e di altri temi discuto nel mio ultimo libro edito da Palgrave Macmillan, intitolato Social Media and Political Accountability: Bridging the Gap between Citizens and Politicians, che è ora disponibile anche online.
Analizzando diversi episodi-chiave relativi al rapporto tra social media e politica in Italia, dalle primarie del centrosinistra nel 2012, all’elezione del Presidente della Repubblica nel 2013 (con la netta bocciatura di Marini e Prodi), dalla formazione del governo Renzi (2014), fino alle polemiche sul “Fertility Day” (2016), il libro mostra come la pressione della Rete sia al momento ancora ininfluente nel condizionare le scelte dei politici.
Ma questo non vuol dire che i social siano irrilevanti. Nonostante su alcuni temi, come ad esempio le emozioni generate da attentati terroristici, la rete abbia mostrato di avere la memoria corta, online vige la regola dello “scripta manent”. Infatti, i commenti pubblicati dai politici sui social vengono puntualmente richiamati dagli utenti per mettere in luce voltafaccia e incongruenze rispetto a quanto gli stessi politici avevano dichiarato in passato.
L’esempio più emblematico, analizzato nel libro, riguarda la scelta di Beppe Grillo in tema di unioni civili, quando il suo appello alla libertà di coscienza – visto come un vero e proprio tradimento rispetto alle originali intenzioni – venne aspramente criticato dagli utenti del web (attraverso l’hashtag #dietrofrontM5S) che ricordavano come solo pochi mesi prima il M5S avesse preso posizione a favore delle unioni civili, attraverso un voto online.
I social possono quindi essere utilizzati dai cittadini per farsi un’idea più precisa rispetto alle effettive opinioni espresse dai politici e per spronare i loro parlamentari ad agire in modo coerente rispetto alle idee pubblicate online. Ma in modo analogo, anche i leader di partito possono monitorare il comportamento dei propri aderenti e dei propri parlamentari attraverso i social per assegnare premi e punizioni.
Analizzando i messaggi postati sui social scopriamo, e non è una sorpresa, che il linguaggio utilizzato su Twitter dai membri della Direzione Pd poi effettivamente promossi al rango di ministro o sottosegretario, durante la formazione del governo Renzi, era decisamente simile al linguaggio utilizzato dall’account ufficiale del partito. Molto più simile se confrontato con quello dei loro colleghi che non riuscirono invece a fare carriera. Indice che la lealtà e la dedizione mostrate a colpi di retweet possano essere state in qualche modo notate e premiate.
Premi e promozioni quindi ma anche punizioni. Solo qualche mese fa Grillo fantasticava sull’utilizzo degli algoritmi “blockchain” per monitorare il comportamento dei parlamentari ed espellere in modo automatico i dissidenti. Solo fantasie? Decisamente no. Analizzando i social infatti è possibile identificare quali parlamentari pubblicano commenti più ideologicamente distanti dalla linea del partito fino ad arrivare a prevedere scissioni ed espulsioni.
Per una conferma basterà chiedere proprio a quel consigliere comunale Pd che è stato espulso dal partito come sanzione per le parole pubblicate su Facebook in merito alla vicenda Carlo Giuliani. Se un tweet o un post su Facebook possono arrivare a produrre queste conseguenze, viene naturale chiedersi fino a che punto i politici continueranno ad essere sinceri e impulsivi nelle loro conversazioni online. Il rischio di autocensurarsi per non danneggiare le proprie ambizioni di carriera è certamente presente. Ma bisogna anche ricordare che distinguersi attraverso un tweet può al contrario produrre grandi benefici al politico ribelle.
I parlamentari di secondo piano, poco famosi e poco influenti, hanno solitamente scarse possibilità di far sentire la propria sui media tradizionali, ma possono invece sfruttare i social per ottenere visibilità e migliorare le proprie chance di carriera, anche contestando platealmente le scelte della leadership cercando così di ritagliarsi una propria platea di sostenitori – composta da followers – che sia sufficientemente grande ed influente da garantirgli in qualche modo la rielezione. Proprio su questa rete di followers hanno fatto affidamento alcuni senatori M5S che nel febbraio 2016 contestarono la scelta di Grillo in tema di unioni civili annunciando online la propria intenzione di approvare la riforma attraverso l’hashtag #iovotosi.
Possiamo considerare tutti questi episodi come il segnale dell’avvento di una “democrazia del sentiment”, in cui le scelte dei politici siano orientate dalle preferenze dei loro followers? Per adesso no. Ma già da ora i social costituiscono un terreno che favorisce l’interazione tra parlamentari ed elettori, offrendo innegabili opportunità di migliorare la trasparenza dei processi politici. Forse non sarà una rivoluzione, ma sicuramente è un deciso passo avanti.
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