Terry Gilliam al Wired Next Fest: “Senza le risate faremmo una fine orribile”

“Grazie per essere venuti nella mia modesta casa italiana“, è così che il regista Terry Gilliam accoglie il pubblico mentre sale sul palco del Wired Next Fest di Firenze, alludendo a Salone dei Cinquecento. “Questa di Londra è molto più grande“. Grande protagonista del cinema mondiale, unico membro americano del mitico gruppo comico dei Monty Phyton, non perde occasione di infilare taglienti battute nelle sue profonde riflessioni su arte e rappresentazione della realtà: “Perché non siete al cinema a vedere il mio film?“, aggiunge infatti.
Il film in questione è L’uomo che uccise Don Chisciotte, appena uscito nella sale italiane. Gilliam ha lavorato su questo progetto fin dal 1989: trovati finalmente i fondi per finanziarlo nel 1998, una serie di gravi imprevisti dentro e fuori dal set fecero annullare tutto (la vicenda è raccontata nel documentario Lost in La Mancha). Dopo quasi trent’anni il film, inseguito con grande caparbietà nonostante tutti gli ostacoli, è finalmente uscito: “Non ho deciso io di fare questo film, è stato Don Chisciotte a scegliermi perché io lo girassi. Anche se alla fine temevo che gli spettatori che avevano visto il documentario rimanessero poi delusi dal risultato finale e completo“.
Toltisi i sandali per stare a piedi scalzi sul palco, Gilliam parla con toni agrodolci di questa uscita: “È pericoloso lavorare per così tanto a un film, vederlo assemblato in modo grezzo per la prima volta ti fa capire che hai sprecato anni e anni della tua vita: perché prima di passare alla fase di montaggio, ti sembra davvero una schifezza“. E poi rimane una sensazione di vuoto: “Conclusa un’avventura così, quello che ti aspetta è il nulla. Negli anni scorsi ho fatto un sacco di cose, persino un’opera, ma avevo sempre il Don Chisciotte lì in un angolo ad aspettarmi. Per fortuna poi ci siete voi del pubblico così non mi sento del tutto solo“.

A fronte di questa malinconia intrinseca, Gilliam oppone appunto l‘ironia e una grande sensibilità: “Se non ridiamo un po’, moriremo in modo orribile“, decreta in modo netto. Per lui l’umorismo è veramente una fondamentale ragione di vita: “L’umorismo fatto bene riguarda la verità e la verità crea sempre disagio. Limitarlo significa rinunciare alla nostra civiltà, bisognerebbe saper ridere l’uno dell’altro. La vita è meravigliosa e anche difficile, ma soprattutto è ironica: dobbiamo accettare l’ironia della vita e della morte“.
Quindi non c’è limite alla comicità? “Tutto è potenzialmente divertente, magari puoi fare una battuta nel momento sbagliato ma non c’è nulla su cui non si possa scherzare“. In proposito il regista ricorda: “Uno dei miei sketch preferiti dei Monty Phyton era quello in cui John Cleese portava sua madre morta in un sacco e, alla domanda se volesse cremarla o seppellirla, rispondeva: ‘Proviamo a cucinarla, se non ci piace la buttiamo nella fossa’. La Bbc ci costrinse a far finta che il pubblico insorgesse contro di noi per poterlo mandare in onda“. Sarebbe possibile oggi? “Non è impossibile, ma ormai abbiamo la pelle troppo sottile, ci offendiamo per niente. Oggi più che mai sarebbe importante riuscire a distinguere l’umorismo dalla cattiveria“.
E proprio per i Monty Phyton l’anno prossimo sarà un anno importante, il 50simo anniversario dalla fondazione: “Stiamo discutendo su come celebrare, per alcuni è un’idea stupida, altri muoiono dalla voglia di far vedere che abbiamo ancora qualcosa da vendere. Di sicuro non torneremo in teatro come nel 2014, siamo troppo vecchi. O meglio: gli altri lo sono, io invece continuo a ringiovanire“. Sicuramente giovane e fresco è il suo entusiasmo per il suo ultimo film, che l’ha portato a pensare molto alla nostra tradizione cinematografica: “Ci sono riferimenti a Fellini e Pasolini, ma sono tanti i registi italiani che hanno significato molto per me“, ammette. “Qui da voi c’è un grande cuore, una grande intelligenza e non c’è paura della realtà: è un equilibrio delicato, perché gli italiani possono essere cinici, ma anche hanno grande sensibilità“.

A questo punto Gilliam riflette anche sul suo ruolo stesso di uomo di cinema: “In effetti L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film sulla responsabilità di essere regista. I film hanno sostituito i poemi cavallereschi, oggi tutti vogliono diventare Avenger, tutti i film parlano di supereroi o freak“, commenta. “Ma a me interessano invece le persone normali, quelle che non hanno bisogno di superpoteri per essere speciali“. Questo si traduce in una precisa scelta stilistica che va nella direzione della semplicità: “Ho voluto girare solo senza effetti speciali, fuggendo dal successo di film che si basano solo su interi mondi in Cgi, meravigliosi ma finti. Volevo persone vere in situazioni reali, questa è la mia semplicità nel fare film. Mi interessano di più gli attori che le scene stupefacenti, come loro cambiano il film secondo le loro verità individuali”.
E se dovesse scegliere fra Don Chisciotte o Sancho Panza, Terry Gilliam chi sceglierebbe? “Sceglierei tutti e due: uno è il pezzo e sognatore,  l’altro è il pragmatico. In ognuno di noi ci sono entrambe queste parti e abbiamo bisogno di entrambe“.
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