Through the Wall: Recensione del film di Rama Burshtein a Venezia 73

Through the Wall: Recensione del film di Rama Burshtein a Venezia 73Telefilm Central
Ttitolo: Laavor et Hakir (Through the Wall)
Anno: 2016
Durata: 110′
Regia e sceneggiatura: Rama Burshtein
Cast: Noa Koler, Amos Tamam, Oz Zehavi, Irit Sheleg, Ronny Merhavi, Oded Leopold, Udi Pers, Jonathan Rozen
La fede è una cosa bizzarra, che sia la fede religiosa o la fede assoluta in qualcosa, materiale o immateriale.
Through the Wall è uno di quei film che ti porta a credere – o a voler credere – disperatamente a qualcosa, servendo su un piatto d’argento una storia all’apparenza surreale ma molto convincente.
Michal (Noa Koler) è una donna di 32 anni che desidera ardentemente sposarsi. Non vuole tuttavia un marito e basta ma la storia d’amore, quella che ti permetta di vivere felice oltre che libera in una società come quella ebraica di cui fa parte.
Quando, a un mese dalle nozze, viene lasciata dal promesso sposo, Michal fa la mossa più azzardata che si possa immaginare. “Ho un vestito, ho un luogo… Dio può provvedere al mio futuro sposo!”. E’ con questa frase che Michal inizia la sua avventura di trenta giorni in cui incontrerà svariati uomini, alcuni più interessanti di altri, nella speranza di trovarne uno che possa raggiungerla all’altare, quel fatidico giorno.
L’eroina moderna di Through the Wall che non si lascia spaventare dai pregiudizi
Il primo punto di forza di Through the Wall è senz’altro la sua eroina. Michal è una donna che non ha paura di dire la sua, spesso a costo di simpatia e criticismo, che insegue con determinazione l’obiettivo che si è prefissata e non intende percorrere una strada diversa da quella che ha scelto.
Come la stessa regista non manca di ribadire, se vuoi superare un muro devi crederci, al 100 per cento. Se ci credi anche solo al 99,9 per cento è scontato che non potrai mai farcela, mai per davvero.
E’ questa determinazione, questa forza e questo coraggio a rendere Michal un’eroina moderna, una che non ha bisogno di essere salvata da un principe ma che affida se stessa e il suo destino alla fede. Una fede che però è molto più di mera fede religiosa. E’ una fede nel successo, una fede nel coraggio, una fede nel destino.
A rendere il viaggio di Michal, a modo suo tutt’altro che un convenzionale matrimonio, ci pensano la sua famiglia, i suoi amici e una serie di uomini tra cui due spiccano senz’altro.
Benchè la trama punti a convincerci del contrario, in realtà la leggera commedia israeliana non vuole raccontare la solita storia. Michal non ha bisogno di un principe per salvarla – benchè ne abbia più di uno a sua disposizione – ma di provare a se stessa qualcosa. La storia d’amore che viene raccontata, tra un momento di ship e una risata, è quella dell’amore che ha per se stessa.
Certo, ci potrebbe dire in maniera piuttosto semplicista, che il tutto si riduce, in fin dei conti, alla scelta tra Yoss (Oz Zehavi), la pop star idolatrata dalle teenager, e Shimi (Amos Tamam), il rispettabile padrone del catering per il matrimonio. Non è così. La vita di Michal è guidata sì dalla fede ma non è la fede nell’amore, è la fede e la fiducia nel successo che, direbbero alcuni, è anche più importante.
La morale di un’atipica love story di cui ci si innamora dopo pochi minuti
L’approccio di Rama Burshtein, al suo secondo film presentato a Venezia (il primo aveva guadagnato all’attrice la Coppa Volpi nel 2012), lascia lo spettatore soddisfatto. Una fotografia pulita e una forte tradizione regnano sovrane in una pellicola fatta di tradizioni e di costumi a noi parzialmente sconosciuti.
La storia che si snoda davanti allo spettatore non ha nulla da invidiare alle comedy americane, con la differenza di una forte componente religiosa e una morale che portano a riflettere, a farsi delle domande, risate o meno.
Il film centra con deliziosa perfezione il punto di una questione spinosa, quella di una società che pretende che una donna sia sposata e considera sconveniente quando quest’ultima sceglie di uscire dai binari delle aspettative. La società ebraica, insieme alle tematiche già citate, viene ben rappresentata, senza lode e senza infamia.
Laavor et Hakir, in inglese Through the Wall, è una di quelle pellicole che ti cambiano la vita. Fa ridere, a tratti fa piangere, a tratti costringe a trattenere espressioni di gioia o di stupore, ma emoziona, emoziona grandiosamente. Ti porta a tifare per Michal, per quanto possa sembrare incredibile da sua storia, e vince nell’attimo stesso in cui ci riesce.
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