Viviamo nella società dell’ansia

“Non ho più nessuna emozione e, ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.
Con queste parole si chiudeva la lettera trovata vicino al cadavere di Kurt Cobain, il 5 aprile 1994, suicida con un colpo di fucile alla testa. Cobain, cantante e leader dei Nirvana, era divenuto il simbolo di una generazione ed il triste menestrello della sua disperazione. Come ricorda in questi giorni il New York Times, gli anni ’90 furono gli anni di una diffusa angoscia sociale, di depressione.
I giovani non avevano più le motivazioni e le spinte ideologiche e libertarie che avevano animato le generazioni precedenti, dal dopoguerra in poi; prigionieri di un’apatia paralizzante, in mancanza di un futuro e di un passato, ripiegati su se stessi.Generazione “X” dove la X rappresenta proprio la mancanza di identità e di obiettivi, tutti assorbiti e consumati dalla generazione precedente, i baby boom: la fine della guerra fredda, la caduta del muro di Berlino il crollo delle utopie sociali, la liberazione sessuale.
Come ricorda Elizabeth Wurtzel nel suo Prozac Nation (mandato in stampa proprio nei giorni del suicidio di Cobain) l’intero album Nevermind era un inno all’apatia e sembrava una lunga lista delle tante cose di cui i Nirvana  incitavano a disinteressarsi. Ed un album che non si immaginava sarebbe divenuto la colonna sonora di una generazione con il suo brano di punta Smells Like Teen Spirit.
La depressione era il male oscuro di quegli anni.
Il Prozac, un nuovo tipo di farmaco antidepressivo fece il suo debutto alla fine degli anni ’80 e divenne anch’esso un simbolo di quei giorni (e lo rimase a lungo), schiacciati tra la incapacità delle nuove generazioni di risolversi e trovare percorsi identitari, ed il bisogno di “curarsi”, di trovare una pace anche chimica.
Oggi le cose sono cambiate. Cambiati gli scenari di riferimento. L’attuale Generazione Y, quella dei nati alla fine del ‘900, è caratterizzata dalla rivoluzione digitale, dalla perdita di legame con la mitologia idealista di metà secolo scorso e dal ritrovarsi un mondo globalizzato ove il problema sostanziale diviene esistenziale, di sopravvivenza, di accettazione di un ambiente sovrappopolato dove l’identità individuale scompare, schiacciata dalla dimensione indefinita del formicaio globale.
L’incapacità di credere in un futuro prossimo, di avere strumenti per costruirlo, di sostanziare le relazioni elettroniche in rapporti di vita tangibili, genera ansia. Ansia quindi è la patologia del nuovo millennio, la paura della relazione sociale, del confronto con qualsiasi cosa possa metterci in discussione.
Ma anche fenomeni macroscopici come il terrorismo o la possibilità di una nuova guerra fredda che incombono su una società che ha perso ogni riferimento ed ordine e che attraverso la rete pervadono incessantemente le nostre coscienze.
Ecco quindi che la nuova patologia produce un nuovo farmaco: non più l’antidepressivo su cui si è costruita una cultura, ma l’ansiolitico, la benzodiazepina. Su cui si sta formando, soprattutto negli Stati Uniti, un nuovo movimento basato sulla narrazione delle proprie esperienze e che trova il luogo ideale per il confronto nei social network.
Di conseguenza uno degli hashtag più utilizzati su Twitter diviene #ThisIsWhatAnxietyFeelsLike.
Ma la situazione da questa parte dell’Atlantico non è diversa. I disagi, i dubbi e le incertezze sono simili e generano angosce equivalenti.
Enrica Amaturo, Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia e Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali all’Università Federico II di Napoli, non ha dubbi: “Il fattore scatenante dell’ansia è la condanna dei giovani all’irrilevanza sociale. La perdita delle opportunità. Per i giovani si è completamente infranta quella catena del passaggio dall’età giovanile all’età adulta che consisteva, nell’uscire di casa, trovare un lavoro, costruire un nucleo familiare. Questa sequenza non c’è più per il ritardo dell’ingresso nel mercato del lavoro, per la difficoltà nel trovare un inserimento.
Li abbiamo condannati ad una situazione di adolescenza protratta, come se loro non avessero capacità di incidere sulla realtà e sulla loro vita e in cambio gli abbiamo dato un bel kinderheim (struttura in cui vengono ospitati e sorvegliati bambini, specialmente per le vacanze ndr), che è il mondo del web, dove possono fare ciò che vogliono, un mondo virtuale che è anche reale, ma è reale solo per i “migliori”, coloro che riescono a sfruttarne le possibilità. Mentre continuiamo a diffondere l’idea che il web consenta opportunità incredibili e questo scatena la depressione e l’ansia in chi invece, queste opportunità non le riesce a cogliere.”
Quindi a scatenare l’ansia sono fattori sociali…
“Fattori sociali nel senso di un’economia che fa sì che sempre più persone perdano il lavoro e che ci siano sempre meno lavori interessanti e utili, mentre le nostre società sono costruite in modo che il lavoro definisca l’identità e questo oggi non è più riscontrabile.”
Allora l’identità si definisce sui social?
“Ma sui social non c’è possibilità di controllo e con tutta l’ansia che ne può nascere. Se io non ho più la solidità per costruire un’identità allora la costruisco sui social. Ma quello è un mondo evanescente, in cambiamento continuo, è molto più difficile costruire un’identità e questo crea ancora maggiore angoscia.”
Negli anni ’90 il disagio produceva angoscia e depressione. Oggi  le statistiche dicono che l’ansia e la fobia sociale sono il male più diffuso. Cosa determina questo cambiamento?
“Internet, lo sviluppo del web, dei social, la velocità il bombardamento di notizie, l’aggiornamento in tempo reale, tutti fattori ansiogeni. Ormai non distingui quasi più il reale dal finto. Con la diffusione delle fake news si possono ingenerare situazioni incontrollate: vedi ad esempio la questione dei vaccini.”
Quindi, quale percorso per uscirne?
“L’incapacità di distinguere l’autorevolezza delle fonti, l’incapacità di distinguere il buono dal cattivo sul web, rende più esposte le persone che hanno meno strumenti culturali per riuscire ad interpretare le informazioni.
Penso che ci sia bisogno, come per tutti i nuovi strumenti, della capacità di padroneggiarli. Noi definiamo questa la società della conoscenza eppure la conoscenza è sempre meno diffusa. Anche le richieste che le università ricevono continuamente di rapportarsi e di valutarsi solo in base ad un ipotetico mondo del lavoro, impedisce la formazione di una corretta preparazione di base e la costruzione di una consapevolezza e capacità critica.”
Eppure negli Stati Uniti hanno una pillola per tutti i problemi.
“Questo è un fenomeno tutto americano, questa risposta di medicalizzazione spinta per cui si pensa che tutti i problemi si possano risolvere con le medicine. Questo in parte fa anche la differenza tra Europa ed America, perché da noi la risposta è meno farmacologica e più orientata alla psicanalisi. E dietro c’è anche il business farmaceutico. Ma dal punto di vista della psicologia sociale questo fenomeno rappresenta anche la necessità di tenere tutto sotto controllo: la società statunitense è una società che deve trovare dei protocolli efficaci per risolvere i problemi: e quale protocollo è più efficace di una risposta immediata come il farmaco? Interrogarsi sul senso delle cose, le problematiche familiari, avviare una terapia, richiede tempo, ed è il tempo la vera risorsa scarsa della società.”
The post Viviamo nella società dell’ansia appeared first on Wired.




Leggi la notizia completa